mercoledì 26 ottobre 2011


Oggi faccio la napoletana”. Si è presentata così, Teresa De Sio, quando ha esordito martedì 25 ottobre al Circolo Dei Lettori di Torino, ospite dell'associazione culturale NoveLune. “E faccio la brigantessa, perché ho riscoperto una parte della storia della mia terra che parla di personaggi, uomini e donne, che sono stati protagonisti di storie importanti della mia terra ai tempi dell'unità d'Italia che si festeggia oggi. Molti scrittori detti revisionisti lo stanno raccontando come non ci hanno mai spiegato i libri di scuola, cercando di rimettere le cose a posto. Pino Aprile, con Terroni, è uno di questi”.

“Ma il mio è anche un brigantaggio intellettuale” sottolinea Teresa. “Mi piace raccontare le cose da un punto di vista altro, sperimentare suoni e messaggi nuovi, approfondire ogni sensazione e forma di comunicazione per non fermarmi ai prodotti precotti, omologati e insapore che ci propina il sistema di annichilimento di massa”.

Tra senso critico spietato e pietas ecco allora “Tutto cambia”, il nuovo album uscito il 20 settembre per raccontare la voglia di cambiamento, di sperimentazione e di comunicazione di Teresa De Sio attraverso la musica folk “che mette in movimento la gente, il corpo, l'intelligenza e per questo fa paura” e grazie alla forza del dialetto napoletano che influenza e condiziona il modo di esprimersi anche quando canta e parla in italiano. “Il degrado culturale che sta investendo il nostro paese, originato dalla politica, non è casuale, ma manovrato e voluto, perché solo in un humus fatto di ignoranza, rozzezza e volgarità può attecchire l'unico senso della vita che sono intenzionati a trasmetterci, quello ispirato dalla logica dell'acquisto come unico modo per essere felici e dare un senso alla propria esistenza”.

Stesso discorso per la musica – fa notare Teresa – Quella che ci propinano i mass media è costantemente caricata a salve, anestetizzante, priva di contenuti ma piena di canzoni che replicano se stesse come fantasmi” L'unica cosa importate da dire sembra la crisi di coppia, mentre sono infiniti gli argomenti che meritano di essere messi in musica”. Un moto di orgoglio nazionale la scuote. “Che diamine, siamo italiani! Possiamo vantare un vasto patrimonio musicale che affonda le radici nella canzone tradizionale, napoletana e non solo, e che è patrimonio dell'umanità intera. Quella stessa musica e quei medesimi contenuti che non passano i media perché il movimento fa paura. Ma quel movimento comincia a conquistare le coscienze”.

Dal generale al particolare, Teresa De Sio dedica una riflessione anche alla sua Napoli: “Il mondo dei vicoli e degli scugnizzi non esiste più. Napoli è cambiata. La criminalità la fa da padrone e il brutto sta superando il bello, che pure è tanto a Napoli e non bisogna dimenticarlo”. E questo degrado sta invadendo tutti i settori. “Oggi anche la musica e la poesia sono cambiate. La vittoria della parte rozza e violenta della città non ha prodotto l'aberrazione culturale dei neomelodici, sdoganati dagli intellettuali come la nuova voce della città, ma che sono l'emanazione della medesima cultura che mette le pistole in mano ai ragazzini”.

Teresa De Sio sarà nuovamente a Torino in concerto il 21 gennaio 2012.

lunedì 26 settembre 2011

Solitudine e Indifferenza: due amiche al bar di Torino

A Torino può succedere anche questo, e nessuno se ne scandalizza. L'indifferenza è l'amica di tutti i giorni, la solitudine le fa compagnia, e insieme valtanno a braccetto in un bar storico del centro. Dove c'è la ressa e si avvicina l'ora dell'aperitivo. Quando, la domenica mattina, arriva la gente bene e non si può non notare le due amiche, indifferenza e solitudine, che per l'ultima volta fanno sfoggio della loro inseparabile amicizia.

Un colpo di pistola. Un rumore sordo che viene dall'interno del locale. Gli avventori si guardano intorno, e poi continuano a sorbire il loro aperitivo nell'elegante dehor di quell'elegante e storico bar del centro di Torino. Indifferenza, da sola, vagola tra i tavoli e guarda in faccia la gente. Decine di persone indifferenti mentre la polizia scientifica, i vigili del fuoco, i medici vanno avanti e indietro per aprire la porta del bagno e trovare, riversa in una pozza di sangue, la signora solitudine che si è sparata un colpo di pistola alla tempia.

C'è gente, non mi sembra proprio il caso di chiudere il locale proprio adesso. Sarà roba di qualche minuto”, rassicura la proprietaria di quello storico bar del centro di Torino, e continua a distribuire caffè, aperitivi e sorrisi. Non c'entra nulla la compassione o il senso di solidarietà. Un morto è morto, ma la vita va avanti.

Indifferenza, sulla porta del locale, osserva la scena. I clienti sono curiosi di sapere cosa sta succedendo. “Nessun vip – rassicura un agente della polizia – solo un suicidio”. Gli avventori possono stare tranquilli e continuare a sorbire l'aperitivo.

Il bagno è momentaneamente fuori servizio” si scusa la proprietaria. “I vigili del fuoco hanno rotto la serratura per aprire la porta e per un po' non sarà possibile entrare”.

I clienti si rassegnano a trattenere le loro esigenze fisiologiche. E trattengono anche uno sbadiglio mentre osservano Solitudine che, sulla barella e coperta con il telo bianco, esce dalla porta secondaria del locale accompagnata dai medici dell'ambulanza. Non è il cadavere di Mappatella beach, nè il morto ammazzato in un bar del quartiere Sanità. Quindi non interessa a nessuno se Indifferenza domenica è stata a Torino.

L'ambulanza si allontana. Solitudine, sola e dimenticata, scompare all'angolo della strada. Ma Indifferenza ha trovato tanti nuovi amici. A Torino è davvero in buona compagnia!

martedì 23 agosto 2011

La replica del Prof.Barbero

Caro architetto Lanzetta, e cari tutti che avete ripreso la sua lettera aperta,su un punto devo chiedervi scusa. Non mi ero mai reso conto di quanto parlare di camorra o parlare della vicenda dei detenuti di Fenestrelle sia diventato delicato, in questo paese dove le sensibilità sono esasperate e le spaccature regionali sono arrivate a livelli di odio. La camorra e Fenestrelle sono due problemi ben diversi, in realtà: l'uno, una tragedia attuale del nostro paese (tutto, mica solo di Napoli); l'altro, un episodio del passato, con risvolti vergognosi, sì, ma oggetto attualmente di una vera e propria mistificazione (abbiate pazienza, ci ritornerò). Non importa: tutt'e due i problemi (e potrei aggiungere la rivolta di Masaniello, che egualmente ho toccato in quell'intervento e mi ha attirato da Napoli lettere di insulti) oggi toccano una suscettibilità così esasperata, e qualunque accenno a questi temi provoca reazioni così violente, che viene voglia di non parlarne neanche più (che non sarebbe, lo vedete anche voi, un bel risultato). Io questo non lo sospettavo, e non lo sospettava neanche Piero Angela, così attento – molto più di me – alle aspettative e alle reazioni degli spettatori. Capisco ora che sentirci discorrere col sorriso sulle labbra di questi argomenti ha ferito delle sensibilità, e di questo chiedo scusa.Detto questo, non devo chiedere scusa di nient'altro, e mi piacerebbe che anche voi provaste a guardare con uno sguardo oggettivo e critico la lettera aperta che mi avete indirizzato e, in tanti, rilanciato. Voi avete creduto automaticamente che parlare della camorra, e dire una verità storica ovvia, cioè che la camorra è un fenomeno radicato a Napoli da molto tempo, significhi denigrare Napoli. Non è così, proprio come dire che in passato in Piemonte ci sono state reazioni vergognose di razzismo contro gli immigrati dal Sud non significa denigrare il Piemonte; dire che la politica coloniale dell'Italia in Libia è stata criminale non significa denigrare l'Italia (erano i governi democristiani degli anni Cinquanta che la pensavano così, e processavano gli storici che osavano parlare di queste cose); e nemmeno riconoscere gli errori che la dinastia sabauda e il governo italiano hanno compiuto nel gestire l'Italia unificata significa denigrare qualcuno.Per voi, invece, il solo fatto di parlare di quegli argomenti significa denigrare Napoli. Scusatemi, ma non sono d'accordo, anche perché altrimenti parlare dei crimini dei Savoia vorrebbe dire denigrare il Piemonte, e io a questo gioco mi rifiuto di starci! Voi volete "invitare quanti si esprimono su Napoli, i Napoletani e la Napoletanità, ad un soggiorno adeguatamente lungo in quella città", ma quando mai io mi sono espresso su Napoli, i Napoletani e la Napoletanità? Napoli è una città che conosco e amo, dove ho avuto una borsa di studio dell'Istituto Croce, dove ho dei parenti: per questi motivi dovrei tacere che la camorra è un fenomeno napoletano? Napoli è stata, ed è ancora, una grande capitale, sede di una vita intellettuale sofisticatissima, e al tempo stesso è una città nei cui quartieri popolari è radicata, ed era radicata anche in passato, la camorra: è vero oggi e a quanto pare era vero anche nel Seicento, e perché mai uno storico non dovrebbe dirlo? Ma non vedete che qui la vostra sensibilità è esasperata, e vi porta a una reazione fuori luogo? E' terribile, guardate, che ogni intervento, ogni affermazione, ogni studio storico che riguarda Napoli e il Sud sia sentito come una presa di posizione in una battaglia pro o contro: così non si fanno né memoria né storia, e invece l'Italia ha un gran bisogno di tutt'e due (e più di storia, che cerca di essere fredda e oggettiva, che non di memoria). Lo ripeto: se vi ha urtato il fatto che parlando di camorra io abbia sorriso, lo posso capire. Sono argomenti di cui bisogna parlare solo apprezzandone la tragicità. Ma leggendo la vostra lettera quello che traspare è che secondo voi io di quell'argomento non avrei dovuto parlare affatto, perché il solo fatto di parlarne significa "dipingere Napoli come un'eccezione", "denigrare un popolo" e via di questo passo. Ma vi rendete conto (so che non è questa la vostra posizione, sia chiaro) che questo è lo stesso, identico atteggiamento che ha spinto certa gente a prendere le distanze da Roberto Saviano? Quanto al fatto che il Risorgimento abbia avuto pagine nere, che la dinastia dei Savoia (che non ha certo le mie simpatie: io, se volete sapere le mie posizioni ideologiche, sono comunista) abbia governato per lo più assai male questo paese, che lo stato italiano (non piemontese: abbiate pazienza, ma anche voi dovete imparare a uscire dai luoghi comuni e dire le cose come stavano: quello era lo stato italiano, l'esercito che ha represso il brigantaggio era l'esercito italiano, reclutato in tutto il paese compreso il Mezzogiorno, il governo era il governo italiano, pieno di ministri provenienti da tutte le regioni e anche meridionali) abbia gravi colpe, chi mai nega tutto questo? Ma come potete esservi abituati a pensare in modo così elementare, da credere automaticamente che se uno parla della camorra, allora attacca Napoli e difende i Savoia? Ma via!Insomma: posso chiedervi di non continuare a pensare in bianco e nero, o peggio ancora, in termini di "noi e loro"? Di ammettere che l'industriale del Nord che si rivolge all'ecomafia e il camorrista del Sud che lo serve sono delinquenti entrambi? Non sarebbe così difficile, così come non dovrebbe essere difficile (generazioni di grandi studiosi meridionali l'hanno fatto, fin dall'indomani dell'Unità) indagare gli errori e le colpe dell'Italia unita senza per questo ricorrere alla favoletta infantile della prosperità borbonica (se qualcuno di voi salta sulla sedia, sono pronto al confronto anche su questo: ma con dati e cifre, non slogan).Due parole su Fenestrelle. Anche qui, sapete, bisogna uscire dai luoghi comuni. Noi in Piemonte amiamo quel luogo, che è stata una difesa della nostra indipendenza contro le invasioni straniere, e che anche nel suo ruolo di prigione ha simboleggiato molte cose giuste: pensate un po' che ci è stato rinchiuso l'arcivescovo di Torino, che si era opposto alle leggi che abolivano i privilegi della Chiesa e si era permesso di invitare il suo clero a disobbedire alla legge – e io non posso reprimere un brivido di orgoglio al pensare che il governo piemontese, allora, ha saputo fare questo, qualcosa che mai più un governo italiano di oggi o di domani oserebbe fare. Ebbene, noi piemontesi dobbiamo abituarci a sapere che questo luogo a noi caro è stato anche luogo di reclusione, e di morte, per migliaia di soldati napoletani deportati dal Sud: non è facile, ma dobbiamo farlo, e lo stiamo facendo. Allo stesso modo, caro architetto, cari tutti, sarebbe bene che dall'altra parte si smettesse di propalare luoghi comuni, di usare parole come lager e Auschwitz, che si incoraggiassero studi seri sul problema: si vedrebbe allora quali erano davvero le condizioni di detenzione, che erano diversissime a seconda dell'atteggiamento assunto dai detenuti; si potrebbe parlare di cifre in modo serio, evitando di confondere, come avviene adesso, l'insieme degli imprigionati al Nord con i prigionieri deportati a Fenestrelle, che furono solo una minoranza del totale; si avrebbero finalmente delle cifre serie sui morti; e si potrebbero fare dei confronti con le condizioni in cui erano detenuti i prigionieri di guerra, e i relativi tassi di mortalità, nelle altre guerre dell'epoca, ad esempio la guerra civile americana (e conoscendo quei casi, sono abbastanza sicuro che Fenestrelle non risulterebbe un luogo di detenzione peggiore di quanto non fosse consueto nelle guerre di allora). In ogni caso, vi prego di riflettere e di dirmi che cosa, in quel che ho detto, possa mai essere descritto come rivolto a "negare ciò che già si sa ed è stato pubblicato": ciò che si sa davvero, ahimé, è poco, e sarebbe bene che se ne sapesse di più, anche perché nessuno fa così male alla verità storica di chi "crede" di sapere già tutto.Finalmente, scusatemi ma le ultime righe della vostra lettera aperta mi suscitano al tempo stesso simpatia e ribrezzo. Tutti vogliamo costruire una società italiana migliore, ma il modo per farlo non consiste nello schierare una parte d'Italia contro l'altra e nell'individuare (centocinquant'anni dopo!) dei nemici da aggredire. "Ci avete tolto la memoria"? A chi si riferisce esattamente questa seconda persona plurale? A me, per caso? O ai piemontesi, colpevoli evidentemente di appartenere a una razza inferiore? Su quale gruppo umano scaricate questa responsabilità collettiva? Mi piacerebbe molto saperlo, ma dubito che possiate dirmelo; anzi, meglio: ho fiducia che, riflettendoci, anche voi riconoscerete che questo linguaggio non ha senso. In questo modo parlavano i nazisti, non si parla così in un confronto civile e in una democrazia.Ancora una cosa, a momenti me ne dimenticavo: qualcuno di voi mi chiede "la nota bibliografica di tali ricerche, oltre che di quelle relative all'alleanza altresì di natura camorristica che si sarebbe instaurata tra detenuti "Napolitani" a Fenestrelle e carcerieri ugualmente "Napolitani"". Premetto che "tali ricerche" non hanno per nulla a che fare, come mi viene contestato, con "la matrice camorristica innata nella natura napoletana", linguaggio questo che non c'entra nulla con il mio mestiere, la storia: dubito che esista la "natura" napoletana, semmai esistono la storia, la cultura, la civiltà, la tradizione; e dubito, anzi no, so per certo che in tutto ciò non c'è proprio niente di "innato". Detto questo, i documenti che secondo me dimostrano molto chiaramente l'appartenenza di Masaniello ad ambienti simili a quelli dell'odierna camorra, e configurano la sua immagine come quella d'un boss di quartiere, sono presentati nella biografia di Silvana D'Alessio, storica dell'università di Salerno, Masaniello, edita a Roma nel 2007 dalla Salerno Editrice. Il fatto che i detenuti a Fenestrelle nei primi anni Sessanta dell'Ottocento giocassero a soldi, e che guardie – anch'esse di origine meridionale, come risulta dai loro dati anagrafici – prelevassero sulle vincite al gioco una tangente giustificandola come "diritto di camorra" risulta testualmente dai verbali di un processo per il ferimento d'un detenuto; la documentazione è conservata all'Archivio di Stato di Torino ed è stata esposta recentemente in una mostra documentaria intorno ai problemi dell'Unità d'Italia. Siccome in molte mail che ho ricevuto questo particolare è stato accolto con incredulità e derisione, dovrei forse sottolineare che il gioco d'azzardo nelle prigioni di una volta era molto diffuso, e che non aveva nessun carattere allegro o giocoso: nella società del passato, il gioco è sempre stato praticato con disperazione proprio negli ambienti più marginali e miserabili. Quanto al fatto che delle guardie potessero essere anch'esse meridionali, che pure ha suscitato stupore, vi invito a riflettere che lo scopo della detenzione di tante migliaia di soldati a Fenestrelle era appunto di convincerli, con mezzi che oggi possiamo tranquillamente definire indegni di un paese democratico, a prendere servizio nell'esercito italiano.Sperando di ricevere da voi molte repliche, e di poter continuare la discussione, vi saluto cordialmente (non senza aggiungere, per quelli di voi che me l'hanno chiesto, che sono pronto a qualunque incontro o intervista).Alessandro Barbero

Masaniello e l'innata predisposizione al crimine



LETTERA APERTA AL PROF. ALESSANDRO BARBERO E AL DOTT. PIERO ANGELA

OGGETTO: RIFLESSIONI SULL’INTERVENTO DEL PROF. ALESSANDRO BARBERO DURANTE LA TRASMISSIONE SUPERQUARK DELL’11/08/2011.

Viene voglia, a sentire certi interventi, di invitare quanti si esprimono su Napoli, i Napoletani e la Napoletanità, ad un soggiorno adeguatamente lungo in quella città, come facevano i viaggiatori del Grand Tour, come ha fatto anche Goethe che, pur essendo uomo del Nord, è stato capace di liberarsi da sciocchi e superficiali pregiudizi e dimostrare, attraverso i suoi scritti, di aver ben compreso certe caratteristiche di questa complessa metropoli e dei suoi abitanti.
Mi piacerebbe, professore, guidarla sull’isolotto di Megaride, al centro del Golfo. Spalle al mare, e sguardo alla città, portarla indietro nel tempo, togliere strade, case, rumore, farle immaginare come fosse all’epoca dei fondatori. Un promontorio e un’isoletta al centro del Golfo, a oriente il Vesuvio, ad occidente la penisola flegrea con Procida ed Ischia. Fondata due volte, scelta due volte, quindi, tra fuoco e mare.
E farle comparire davanti agli occhi, poco alla volta, la città storica, e i suoi segreti. Già, perché Napoli è una città misteriosa e sorprendente. Mi piacerebbe mostrarle quello che in nessuna guida c’è. Un palazzo settecentesco a salita Cristallini con scale intagliate nel tufo che si aprono su giardini nascosti e ad altezze differenti, fino ad arrivare ad una scala ellittica a forma di cono rovesciato che sbuca in alto nel verde. Mi ha sempre ricordato ‘Grattula Beddattula’, la versione siciliana della Cenerentola. Nella fiaba il pozzo mette in contatto due mondi, attraverso un’apertura segreta.
E poi, perché no? farle fare un giro a Rua Catalana, nei luoghi della novella di Boccaccio che racconta le vicende di Andreuccio da Perugia.
Vede, professore, non è tanto quello che lei, sorridendo amabilmente ha detto (tra parentesi mi piacerebbe avere indicazioni più precise sui documenti ai quali in trasmissione avete fatto riferimento), ma è il come lo ha detto e come certe argomentazioni possono essere recepite dal telespettatore medio che magari tante cose non le conosce.
Dalle sue parole sembra quasi che la camorra oppure una certa attitudine alla delinquenza siano un tratto caratteristico dei Napoletani. A riprova, cita le descrizioni della città contenute nel Decameron. Per brevità voglio soffermarmi solo sulla novella di Andreuccio da Perugia.
La vicenda si snoda tra la zona di Piazza Mercato e Rua Catalana. Era questa una parte relativamente recente della città, tra il nucleo più antico e il mare, costituita da borghi abitati da mercanti catalani, pisani, genovesi, veneziani, marsigliesi, fiamminghi…
L’origine dei borghi è da collocarsi in epoca normanno-sveva. I Napoletani ‘doc’ abitavano più a monte, sull’altopiano che ospitava Neapolis e sulle colline circostanti. Non dimentichiamo che gran parte del pericolo proveniva dal mare e gli insediamenti sulle colline consentivano una più efficace difesa. Inoltre, tenersi più in alto offriva riparo dal rischio di alluvioni quando i numerosi torrenti, che da quelle colline si riversavano più a valle negli alvei del Clanis e del Sebeto, si ingrossavano troppo.
Sempre per rimanere sul Decameron, devo ricordarle il modo in cui veniva delineata la figura del mercante? Il mercante è un uomo astuto, accorto, spregiudicato, capace di inganni e stratagemmi per accrescere le proprie ricchezze.
Sembra uno dei luoghi comuni sui napoletani, vero? Peccato che questi mercanti venissero da tutt’altra parte.
Posso proporre, allora, una lettura meno superficiale? Tutte le città, specie le più grandi e quelle che sono sul mare, attiravano masse di persone, da vicino e da lontano, nella speranza di poter migliorare le proprie condizioni di vita, in modo più o meno legale. Ma allora, perché dipingere Napoli come un’eccezione? io credo per almeno due buoni motivi:
1)- denigrare un popolo, un’etnia è stato da sempre un espediente per autorizzare e giustificare qualche nefandezza verso quel popolo o quell’etnia. Spiego e semplifico: i negri d’Africa si potevano catturare, deportare ed usare perché non avevano l’anima, gli ebrei hanno ammazzato Gesù e quindi andavano sterminati, i meridionali si potevano ammazzare e deportare, derubare delle loro ricchezze e dei mezzi di produzione, perché incivili, rozzi, barbari e siamo nel meraviglioso Risorgimento Italiano.
2)- denigrare un popolo, un’etnia serve anche a stornare l’attenzione da ciò che di grave si è fatto o si sta facendo a quel popolo o a quell’etnia.
Vede, professore, Lei ha parlato di camorra come se fosse qualcosa di legato alla natura dei Napoletani, ma si è guardato bene dallo spiegare ai telespettatori –e in questo Lei, Piero Angela, ha retto il gioco- cosa ha consentito il salto di qualità a quelli che erano niente altro che delinquenti comuni. I Borbone li tenevano in prigione e Liborio Romano, prefetto di Napoli, per garantire l’ingresso nella città a Garibaldi, senza spargimento di sangue, si accordò con essi, condonò loro le pene e li fece diventare Guardia cittadina. Il nuovo Stato si rivolse alla camorra per mantenere l’ordine pubblico e costringere la popolazione ad accettare il nuovo governo. Successivamente, le cariche amministrative furono ricoperte dai Piemontesi e dai camorristi, che bisognava ricompensare per aver ‘facilitato’ in modo così efficace la nascita del nuovo Stato; e l’imprenditoria del nord ottenne le principali commesse, sottraendole agli imprenditori del sud. Una cosa terribile ed ancora attuale. Non ci crede, professore?
È proprio di qualche giorno fa la notizia della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto n° 138/2011 che abolisce il Sistri, il nuovo sistema di tracciamento digitale dei rifiuti che avrebbe dovuto entrare in vigore dal prossimo 1 settembre. ‘Un regalo alle ecomafie’, è stato detto. Mi dica, professore, chi è più delinquente? L’imprenditore del nord che, per un profitto più alto, sversa rifiuti tossici a Sud, ben consapevole del danno ai territori e agli abitanti, o il camorrista che gli offre il servizio? E chi ha concepito il decreto, secondo lei, da che parte sta?
Ed infine, qualche parola sul suo riferimento agli internati nel Lager di Fenestrelle. Il suo intervento fa il paio con l’articolo a firma di Massimo Novelli su Repubblica dell’8 luglio u.s. intitolato ‘I morti borbonici a Fenestrelle non furono 40000, ma 4’. Lo spirito è identico: negare ciò che già si sa ed è stato pubblicato e sminuire ciò che è stato, nel tentativo di salvare la propria immagine. Per questa via non si cresce, ormai in tanti, anche a Nord, vedono il re nudo. Il suo intervento come l’articolo citato, hanno solo l’effetto di rafforzare in me, come in tanti altri, l’impegno e la determinazione nel divulgare, sapere e far sapere ciò che è stato fatto alla nostra civiltà mediterranea dalla monarchia sabauda, dalla Francia e dall’Inghilterra, con l’aiuto di mafiosi e camorristi.
Noi sappiamo che è l’unica via per costruire una società italiana migliore, sana, fondata su altre basi. Perciò, non ci arrendiamo. Ci avete tolto la memoria e noi ce la riprendiamo.

mercoledì 29 giugno 2011

Non è solidarietà

Dai microfoni di Radaltio24, stamane, sono piovute parole ingiuriose contro un popolo, una città, un sindaco colpevole di aver ereditato una emergenza e di essersene accollato l'onere di risolverlo per amore della propria terra. Per la voglia dir iscatto della propria terra. Mentre Oscar Giannino invoca, come soluzione finale e punizione divina, l'ira dello sterminator Vesevo. Mentre Edmondo Cirielli, presidente della Provincia di Salerno in quota Pdl, sottolinea che Salerno (100mila anime) non è Napoli, e non è giusto che paghi i danni d'immagine di essere vicina di casa ad una così scomoda città; mentre un radioascoltatore di Vicenza, in quota Lega, dice basta alla solidarietà, basta ai problemi del sud che pesano sull'Italia da 150 anni, basta alla cattiva pubblicaità che i problemi di altri creano sul eprfettissimo sistema Italia.

Dico basta anch'io. All'ignoranza di questa Italia che offende, che generalizza, che minimizza e che mortifica.

Napoli e il Sud dicono basta. Perchè il problema dei rifiuti non è un problema di Napoli, e l'Europa lo ha capito bene.

E' l'organizzazione del sistema rifiuti in Italia che è malato: la raccolta è affidata ai singoli comuni, l'organizzazione delle discarcihe alle Province, il coordinamento regionale alla Regione. I costi interamente ai cittadinii, e quelli campani pagano la più alta tassa dei rifiuti in Italia. E quelli napoletani l'hanno pagata per 5 anni a un'azienda di riscossione di Milano che non ha rigirato gli introiti alla Città: 32 milioni di euro.

E' l'individualismo italiano che ammazza il paese e ci mette gli uni contro gli altri. Non sto parlando di solidarietà, ma di comunità di intenti. Non è stato il sud a chiedere di essere annesso all'Italia, nè di essere liberato da sè stesso.

Il senso civico è la caratteristica precipua di Napoli, della Campania, del Sud. Lo è la solidarietà e la voglia di rimboccarsi le maniche per risolvere insieme i problemi, aiutarsi l'un l'altro per stare meglio tutti. Ma Napoli, la Campania e il Sud tutto non possono agire da soli, perchè fanno parte del'Italia unita governata da politici nordcentrici di ispirazione secessionista. Allora sta all'Italia rimboccarsi le maniche assieme al Sud, per risolvere un problema comune.

Date oggi alla nuova amministrazione una leva (levate la monnezza dalle strade) e domani i napoletani vi dimostreranno di che pasta sono fatti davvero. O devo credere che l'Italia abbia paura proprio di questo?

lunedì 27 giugno 2011

Appuntamento a Fenestrelle

Col tricolore ma vestiti a lutto, sabato 9 luglio al Forte di Fenestrelle, per rendere onore ai caduti dell'unità d'Italia. Come ogni anno, più degli altri anni, in questo 2011 che è il 150° anniversario dell'unità d'Italia, brucia la ferita di una storia dimenticata, rinnegata in nome dell'epopea risorgimentale che divide senza ombre né chiaroscuri i buoni dai cattivi, il torto dalla ragione, i leali dai briganti.

I comitati Due Sicilie e Insorgenza civile stanno portando avanti una battaglia importante, e il 9 luglio potrebbe essere una importante chiave di volta. Il punto di convergenza di una battaglia per la verità e la dignità che fino ad oggi è stata battaglia di pochi, e che da domani potrebbe trovare nel confronto e nello scambio una nuova linfa per raggiungere risultati concreti.

L'Italia ha un debito storiografico nei confronti del sud...

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venerdì 17 giugno 2011

Spero che Napoli non debba pentirsi...

"Spero che Napoli non debba pentirsi della sua scelta elettorale" è stato il saluto con cui Berlusconi ha commentato la vittoria di De Magistris nel capoluogo campano che il centraltodestra dei Cosentino e co. già si illudevano di aver conquistato.

Sono trascorse due settimane da quel giorno. La Giunta De Magistris si è costituita, puntando su volti e personalità nuove. Il consiglio, che si è riunito ieri nella sua nuova veste e con una massiccia maggioranza di persone non compromesse con il sistema dei partiti, ha ratificato la discontinuità con il vecchio corso ed espresso la voglia di fare bene per il bene della città....

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